Il diritto collaborativo: un nuovo modo di separarsi tutelando il benessere dell’intero nucleo familiare

By 10 novembre 2019 Per saperne di più
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Negli ultimi decenni si sta assistendo ad un radicale cambiamento del concetto di famiglia; secondo le statistiche sempre più uomini e donne intorno ai quaranta-cinquant’anni si ritrovano a dover affrontare una separazione. Per alcuni tale passaggio avviene con più facilità mentre per altri con enormi difficoltà.

Solo raramente purtroppo le separazioni e i successivi divorzi avvengono di “comune accordo”. Solitamente la maggior parte delle coppie arriva alla separazione dopo mesi, se non dopo anni, di tensioni e incomprensioni. Sovente c’è chi alla fine prende la decisione di separarsi e chi invece avrebbe aspettato con la speranza di recuperare il rapporto di una volta.

La separazione dei propri genitori è per i figli un momento difficile e stressante. Spesso tendono a non esternare i propri sentimenti vivendo la frustrazione del non riuscire ad esprimere la loro tristezza, i loro dubbi, le loro domande, le loro idee; altre volte si mostrano in difficoltà nel dare un nome al proprio sentire e altre volte ancora perché sanno con chi parlarne.

Molti specialisti del settore consigliano di seguire specifiche semplici “regole” fondamentali per tutelare il bene dei figli. Vediamone alcune:

  •  Il papà e la mamma dovrebbero comunicare, possibilmente insieme, l’intenzione di separarsi: dovrebbero condividere con il figlio che si tratta di una decisione presa di comune accordo, facendogli ‘sentire’ che, per quanto possa finire l’amore tra un uomo e una donna, non finirà mai l’amore che loro provano per lui;
  • evitare di illudere il bambino sul fatto che papà e mamma un giorno potranno tornare insieme: occorre essere chiari sul fatto che la decisione di cambiamento è in atto e loro non hanno nessuna ‘colpa’ o ‘responsabilità’;
  • accogliere tutte le emozioni, pensieri e comportamenti che il bambino esprimerà rispetto alla separazione: affinché il cambiamento venga accettato e introiettato nel modo più funzionale possibile al benessere del figlio, il bambino si deve sentire accettato in tutte le sue manifestazioni emotive evitando “strappi” emotivi, identitari e di ruolo, troppo dolorosi;
  • è importante che il bambino mantenga, per quanto possibile, tutte le sue abitudini, che veda regolarmente il genitore con il quale non è collocato ma soprattutto che non senta commenti negativi nei confronti di uno dei due genitori;

Per riuscire a mettere in atto queste regole risulta di fondamentale importanza la collaborazione tra le parti ovvero tra i genitori che hanno deciso di separarsi. Spesso la via della separazione giudiziale oppure a volte la frettolosa separazione consensuale non pongono le basi per costruire un rapporto costruttivo e proficuo per gestire i propri figli. Attraverso il diritto collaborativo è oggi possibile evitare questo scenario.

 Cos’è il Diritto Collaborativo?

Dopo aver dato rispettivamente al proprio avvocato la fiducia e la disponibilità a seguire il percorso collaborativo, la coppia e gli avvocati sottoscrivono un accordo di collaborazione in cui ogni soggetto si impegna al rispetto di alcune regole che costituiscono la base di questo nuovo procedimento: riservatezza, trasparenza, cooperazione, fiducia. Tutti gli attori si impegnano a un dialogo costruttivo e si propongono un unico obiettivo: quello di raggiungere un accordo globale, soddisfacente e duraturo.

Il risultato innovativo è possibile perché si lavora in team: ciascun coniuge non guarderà l’altro e il suo avvocato come avversari, perché nello spirito collaborativo non ci sono battaglie da vincere, né sconfitti o vincitori, ma c’è al contrario un’ estrema collaborazione tra i protagonisti, tutti impegnati nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Se la coppia riesce a dialogare, è possibile che bastino anche i soli avvocati collaborativi a consentire il raggiungimento dell’accordo; ma se nella coppia non c’è dialogo o questo è difficile, sarà necessaria la presenza di qualcuno che aiuti le parti a concentrarsi sul comune obiettivo, come un mediatore familiare o uno psicologo (a volte necessari – se non indispensabili – per aiutare i genitori a gestire gli effetti laceranti che il conflitto ha generato sui figli).

 Quali sono i suoi vantaggi?

Innanzitutto perché i tempi della giustizia non sono quelli di cui le famiglie (specie quelle in cui vi sono bambini o adolescenti) hanno bisogno per riprendere in mano la propria vita e ricominciarla con modalità nuove per tutti. Un processo può durare anche alcuni anni; al contrario, grazie al procedimento collaborativo, le parti sono in grado di raggiungere un accordo in pochi mesi e sottoporlo al giudice solo per l’omologazione, cioè la pronuncia definitiva.

Inoltre, anche la decisione finale da parte del giudice può essere in molti casi la causa di ulteriori conflitti nel contesto della famiglia, non solo perché presa da un soggetto che nulla conosce della storia delle parti  (e perciò difficilmente saprà rispondere ai bisogni di ciascuno), ma anche perché i lunghi anni trascorsi fra studi di avvocati e aule di udienza spesso finiscono col minare l’equilibrio psicologico delle coppie e dei loro figli.